dal libro Amarcord ad Reda di Ruggero Cimatti

I muratori

Un gruppo di muratori. In alto da sinistra: ... , Antonio Ridolfi detto la zõnta, Tonino Tedaldi, Mario Melandri, detto Camèl. Seduti da sinistra: Gioacchino Tedaldi detto Giuàch, Pietro Foschini.

Rodolfo Accarisi, mentre lavora alla costruzione del ponte sul Lamone a Faenza.

Lavori di ricostruzione della casa dei Biasõ (Drei) situata vicino al canale Via Cupa. Da sinistra: Franco Benedetti detto Franco ad Brighëla, Aldino Liverani detto Aldino ad Gasparõ, Masì ad Luèt, Eraldo Balducci detto La Gata, Duri (1955).

Provate a immaginare la scena.

E’ una notte senza luna, inizio anni Sessanta. Sulla strada del cimitero di Prada, stanno procedendo in bicicletta due giovani forse ritornando a casa dopo aver giocato a carte al circolo. Il silenzio è rotto solo dal rumore delle ruote delle loro biciclette sulla ghiaia e dalla dinamo dei fanali. Ogni tanto si scambiano qualche parola commentando quello che è successo al circolo. In quel momento non ci sono altri per la strada. Il buio è fitto e il cimitero vicino.

Ad un tratto, provenienti dall’interno del cimitero si odono rumori, urla e voci che non hanno niente di umano. Voi cosa avreste fatto? Esattamente quello che fecero i due giovanotti: cominciarono a spingere sui pedali a tutta birra per allontanarsi dal cimitero con la velocità di due professionisti del ciclismo. All’interno vicino a un mucchio di sabbia e ghiaia appena scaricato, Valerio Casadio che li aveva visti arrivare e che era l’autore dei suoni ultraterreni se la ride a crepapelle.

Questo piccolo episodio illustra bene le caratteristiche di molti muratori di quel periodo. Valerio si era recato al cimitero su richiesta del suo capomastro, Adelmo Rava che, per incentivarlo gli aveva prestato il suo motorino Mosquito. Una offerta che Valerio, appassionato di motori, non poteva rifiutare. Si trattava di scaricare un camion dei Montini, Pighê, ditta di trasporti tuttora in attività. I trasporti per l’edilizia, spesso, avvenivano di sera tardi perché durante il giorno facevano trasporti per l’agricoltura. Valerio impersonava la disponibilità e la flessibilità che il lavoro da muratore richiedeva a quei tempi, ma anche lo spirito burlone e pronto allo scherzo.


La professione di muratore si è diffusa a Reda, gradualmente per tutta la prima parte del 1900, prendendo poi un particolare impulso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Era un lavoro che, pur faticoso, dava maggiore stabilità economica che non il bracciante agricolo stagionale. L’avanzare della meccanizzazione e della piccola proprietà, offriva sempre meno opportunità di lavoro in agricoltura. La bicicletta prima, la moto poi e infine la macchina permettevano ai muratori di raggiungere anche posti di lavoro relativamente distanti.

La categoria dei muratori aveva delle caratteristiche sue particolari. Per esempio, avevano la fama di essere buoni bevitori; d’altra parte spesso lavoravano a casa di contadini che offrivano sempre vino da bere. Anche il modo di parlare era particolare. In certi casi sviluppavano delle variazioni complicate del dialetto romagnolo, per non far capire i loro discorsi ai padroni di casa. Molte famiglie di Reda erano per tradizione o per necessità muratori.



Dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, la ricostruzione aumentò la richiesta di muratori in particolare a Faenza che era stata devastata in molti quartieri dai bombardamenti. A Reda si misero in attività un certo numero di piccoli imprenditori edili: oltre a Contoli che era in attività già da tempo c’erano i Balducci detti i Scainël, Silvio Saviotti detto Sivio, Ghino ad Filèp, Sivio de Gòb, Raffaele Braghini e Riccardo Bandini. Quest’ultimo fu uno di quelli che ebbero maggiore successo. Aveva la passione delle moto, possedeva una Triumph, e girava sempre ad una certa velocità per andare a ordinare pezzi ai fabbri e ai falegnami. Gli piaceva anche insegnare alle figlie, Lina e Imelde, a guidare la moto.

Era diventato famoso il detto di Gigì de fàbar “ Breck int e’ cóc (Breck, il cane, alla cuccia) Cesira in cà (Cesira, sua moglie, in casa) e...gas Ricardo (accelera Riccardo).” Purtroppo Riccardo morirà giovane: il suo ultimo lavoro è stato l’asilo di Reda. Aveva appena costituito l’impresa per la costruzione della casa dei Placci in via Pianetta. Allora Adelmo Rava organizzò la sua impresa; iniziò e portò a termine la casa. Tra i suoi primi dipendenti ci furono Giovanni Fagnocchi, Antonio Ridolfi, detto la Zõnta, perché era basso di statura, Vincenzo Liverani detto Vizênz Monti, Emilio Taroni, detto e’ pôr gag, Alfredo Garavini detto Pulêta, Neo Ghetti e Arturo Liverani. Tra i più giovani c’erano anche Ermanno Fanelli e Giovanni Rava figlio di Adelmo e attuale titolare della ditta. Ermanno fu il protagonista di un episodio che per poco non bloccò il cantiere. I Placci erano bravi agricoltori che avevano anche la passione di coltivare i cocomeri. Ermanno dal cantiere vide i bei cocomeri grossi e maturi che crescevano nell’orto. Decise perciò di assaggiarli, di nascosto, si recò nell’orto e fece dei tasselli nel cocomero più grande, mangiando la polpa e mettendo poi la buccia al suo posto in modo che i cocomeri sembravano normali. Quando Placci raccolse i cocomeri scoprì il malestro e andò su tutte le furie, anche perché non si trovava il colpevole tra i muratori. Alla fine tutto fu chiarito, ma l’azdór rimase comunque arrabbiato per molto tempo.


Molti sono gli aneddoti sui muratori e sul loro lavoro. Uno di questi si riferisce a Venerãnd de Burgòt (Venerando Spada) che era un tipo abbastanza calmo e perciò sempre ripreso e sgridato dai capomastri. Lui si sfogava mugugnando continuamente.

Un giorno il capomastro si accorge che mancano dei pezzi per continuare il lavoro. Si avvicina a Venerãnd che stava tranquillo facendo il suo lavoro, e con gran foga gli dice. «Venerãnd è necessario che tu vada dal fabbro a gran velocità perché il lavoro è fermo in quanto mancano dei pezzi. Prendi la tua bicicletta, pedala forte, spingi, spacca i pedali e la catena, rompi tutto, ma vai forte purché tu faccia presto, dopo ti pago una bicicletta nuova». Venerãnd prese la sua bicicletta, poi prima di partire, si ferma un attimo, mugugna, poi con un piccolo sorriso sulle labbra dice: «Io vado a prendere i pezzi però non so se sarò capace di spaccare i pedali e la catena della bicicletta». E parte tranquillo con il suo solito ritmo. A questa risposta tutti i presenti, il capo compreso, si misero a ridere.

Il lavoro del muratore negli anni ‘50 era un lavoro molto più faticoso di quello di oggi. Come in tutti i settori la meccanizzazione, anche nell’edilizia, non solo ha accelerato i tempi di esecuzione, ha ridotto soprattutto la fatica muscolare dell’uomo. Prendiamo alcuni esempi come quello di scaricare sacchi di cemento. Si parla di dover scaricare interi camion pieni di sacchine di cemento, pesanti ognuna 50 kg. (ora la legge impedisce al lavoratore di caricare più di 30 kg. alla volta). Valerio racconta che per scaricare un camion intero di sacchi di cemento lui si faceva caricare sulle spalle 3 sacchine di cemento alla volta da chi stava sul camion, e addirittura mi ha detto che per scommessa una volta ne ha portate sei contemporaneamente.

Lo scarico della ghiaia per esempio era un’altra di quelle operazioni impossibili che oggi fanno sorridere. Oggi arriva il camion, aziona il ribaltabile, e il camionista deve salire sul camion a spazzare il cassone. Una volta la ghiaia arrivava dalla cava con il camion senza il ribaltabile e doveva essere scaricata con il badile. Il più delle volte accadeva che durante il trasporto la ghiaia si compattasse creando una specie di crosta dura e compatta che costringeva i muratori a delle vere e proprie faticaccie che magari venivano fatte nel tardo pomeriggio dopo aver già trascorso una giornata intera a lavorare come si faceva una volta. Valerio Casadio ricorda che Adelmo lo andava a chiamare alle 18/19 perché era arrivato Montini (Pighê) con un camion pieno di ghiaia o di mattoni che doveva essere scaricato (tutto a mano ovviamente) per poi ritornare a casa verso le 22 o 23.


Oggi capita spesso di fermarsi a osservare un cantiere edile e la cosa che si nota sempre è il continuo movimento della gru che trasporta materiali dal livello del terreno al punto in cui si sta lavorando. Quanto lavoro a mano risparmiato, e quante schiene salvate da problemi che poi si riflettevano, per i meno robusti, in vecchiaie piene di acciacchi. Il progresso è anche questo. La ditta Rava comprò la prima gru nel 1965.

Ai tempi in cui si lanciavano i mattoni con la paletta un tipico scherzo fatto dai muratori più vecchi ai novizi era rivolto a quello che faceva il lancio. Dopo avergli caricato la paletta per un buon numero di volte con il numero giusto di mattoni, il novizio prendeva confidenza e aumentava la velocità. A questo punto la persona che metteva i mattoni sulla paletta simulava solo l’atto senza metterli effettivamente. Il povero lanciatore si trovava a mulinare nel vuoto la paletta, sbilanciandosi e cadendo all’indietro come travolto da un macigno. Naturalmente tra le risate di tutti i vecchi muratori che avevano assistito alla scena.

Dopo la casa dei Plazèt la ditta, che oggi si chiama “Rava Giovanni Impresa Edile” costruì la casa dei Barandèl in via Modanesi a cui seguirono centinaia di case per tutta la zona di Reda e dintorni, vasche per il vino e tombe di famiglia. A questi lavori vanno aggiunti anche quelli della Chiesa e del campanile di Reda per la società Aurora, di proprietà di Giovanni Rava e Claudio Cicognani.
Infine una serie di ristrutturazioni fatte a Faenza tra cui è opportuno ricordare: la facciata del palazzo Ghetti di corso Matteotti e di corso Garibaldi e la facciata della chiesa di S. Francesco.

Nel settore edilizio a Reda ci sono poi alcune ditte che forniscono materiali e arredi: la ditta Fratelli Baggioni per falegnameria e arredo, Rosetti Roberto & C. per la lavorazione dei marmi, i Fratelli Berti per la lavorazione degli infissi in alluminio e Giuseppe Ferretti fabbro.